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L’anno scorso siamo andati in Jamaica per completare le registrazioni del disco Libertà.
Abbiamo cercato per mesi lo studio migliore, chiesto informazioni in giro, poi abbiamo contattato, non senza problemi, lo Studio Harry J. a Kingston.
Noi non parliamo bene inglese e al telefono non è stato semplice spiegare cosa volevamo.
A ottobre prendiamo l’aereo (Sandro e Emma), mai andati così lontano, pochi viaggi, anche perché non abbiamo mai avuto tanti soldi e quando li avevamo li abbiamo spesi per registrare un disco o per comprare un nuovo strumento musicale.
Siamo partiti senza sapere come ci avrebbero accolto, apprezzeranno la nostra musica? Ci prenderanno sul serio? Eravamo preoccupati.
Invece ci siamo trovati benissimo, i musicisti sono stati molto interessati dalla musica e dal messaggio, abbiamo lavorato duro, il divertimento lo abbiamo avuto soprattutto in Studio, non siamo stati in vacanza.
Ma cosa si potrebbe volere di meglio che lavorare con i propri artisti preferiti?

Non è difficile andare d’accordo con un giamaicano, se lui si rende conto che tu rispetti veramente la sua cultura.
Detestano di essere considerati con degli stereotipi come noi italiani, se ci dicessero “italiano, pizza, mafia”.
Il giamaicano fuma la ganja, ma non tutti fumano, in un ambiente di lavoro poi, è meglio essere discreti.
Noi non fumiamo e questo ci ha messo subito in buona luce: chi fumava non aveva paura di essere scocciato e chi non fumava apprezzava la serietà. Eravamo lì per la musica e per i musicisti, solo per quello.
E’ vero che eravamo nello Studio Harry J, uno dei più importanti e storici della Jamaica, quando volevamo un musicista in particolare, Stephen Stewart alzava il telefono e voilà.

Lavorare con personaggi del genere semplifica molto le cose, però bisogna avere pazienza ed elasticità.
Bisogna saper aspettare tante ore, cambiare i piani se alcune cose non sono possibili, dire no se non si è soddisfatti e valutare quando le proprie idee possono essere cambiate.
Data la grande professionalità di queste persone, non abbiamo sbagliato molto, le scelte sono state sempre azzeccate, di gusto e la qualità molto alta.

Anche al di fuori dello Studio, alla guest house o nei 5 giorni di libertà che ci siamo presi, ci siamo trovati bene con le persone.
Siamo andati a Ocho Rios, al centro Nyabinghi di Prof I, un musicista, cuoco e medico che cura con erbe e rimedi naturali.
Ci siamo arrivati in occasione della commemorazione dell’incoronazione del loro leader spirituale Hailé Selassié.
In pratica in questo centro in mezzo al verde c’erano decine di rasta che suonavano mattina e sera, cantando e pregando.
Abbiamo dormito lì, scambiato le nostre esperienze, hanno ascoltato il nostro disco che allora era ancora incompleto e ci hanno fatto tanti complimenti, soprattutto per le parole che pensavano fossero quelle di Hailé Selassié. Noi abbiamo risposto che non erano sue ma di un altro grande leader spirituale, il Dalai Lama.
Anche Prof I stava lavorando al suo prossimo cd che uscirà quando potrà perché anche lui non ha molti soldi.
Ci sarebbe piaciuto molto aiutarlo, abbiamo sentito qualche traccia ed era molto bello, musica tradizionale nyabinghi.

I lati negativi ci sono anche stati: alla guest house sentivamo le ragazze che “lavoravano” soprattutto la notte e ci siamo dovuti fare spostare di camera per dormire sereni.
In città abbiamo visto tanta miseria e tanti fast food.
Non è la questione che sono poveri, sono proprio tenuti nella miseria, morale, spirituale e materiale.
La musica che va per la maggiore parla di violenza, coca, alcol, prostituzione ed è sponsorizzata da malviventi.
Lo Stato è assente, si vede che ci sono interessi a mantenere questo stato di degrado generale.
Nonostante questo esistono buoni musicisti che vanno avanti, buona musica e una vera cultura, anche se sono in continua sofferenza, con pochi mezzi, e lo Stato che leva i fondi alla musica reggae per sponsorizzare eventi di altro genere.

Dite la vostra